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"Cena Comunitaria Sabaudia LT: Da sinistra: Dr. Flavio DI LASCIO - On. Gianni ALEMANNO (Maggio 2006)"
LA VIA ITALIANA ALLA MODERNIZZAZIONE
di GIANNI ALEMANNO
Oggi il dibattito politico e culturale è incentrato sulla sfida della modernizzazione dell’Italia. Non si tratta di una novità: sono più di vent’anni che si discute su questo tema. Esso ha segnato l’epopea del craxismo e ha ispirato la nascita della seconda Repubblica; i due poli di centrodestra e di centrosinistra se ne sono contesa la paternità; e oggi, in questo momento di crisi, di impasse di tutto lo scenario politico, continua ad essere presente. Ma allora il dato di fatto che ci deve far riflettere è che se da venti anni invochiamo la modernizzazione dell’Italia, e ci sono stati vari tentativi privi di successo che ci hanno condotto in una sorta di transizione infinita, è evidente che qualche difficoltà di fondo ci deve essere. La tendenza dei commentatori, siano essi politici o giornalisti, è quella di attribuire la responsabilità di questi fallimenti ad alcuni difetti storici caratteriali del nostro popolo. Spesso si sente parlare di limiti storici, sociali ed economici che caratterizzerebbero la nostra comunità nazionale da sempre.
Un’altra ipotesi interpretativa imputa viceversa i ritardi alla congiuntura estremamente complessa e sfavorevole che stiamo attraversando. Noi siamo convinti che tali analisi presentino alcuni elementi di verità e che le suddette cause giochino effettivamente un ruolo nei ritardi accusati dai progetti di riforma della struttura istituzionale ed economico-sociale del Paese.
Ci permettiamo però di sollevare un dubbio: siamo proprio sicuri che gli schemi, i progetti, i modelli di sviluppo individuati e proposti siano proprio quelli giusti? Siamo certi che essi siano adatti al contesto italiano?
Già soltanto porre questa domanda - di fronte a un pensiero unico della globalizzazione, che tende ad indicare lo stesso tipo di riforme a tutti i popoli della terra e che misura il grado di modernizzazione in base all’adeguamento dei singoli Paesi a tale modello - significa rovesciare in qualche modo il tavolo e avanzare il dubbio (che per noi è certezza) che i processi di modernizzazione non abbiano un unico modello, che ci siano e ci possano essere modelli differenziati. Diciamo questo non nel senso che si debba trovare il modo più adatto al fine di condurre le diverse identità verso un modello unico, calibrando le scelte e i provvedimenti sulle specificità dei contesti. Intendiamo dire al contrario qualcosa di molto più essenziale, ovvero che i modelli di sviluppo si debbono misurare con le identità in modo permanente e che anzi debbono essere fondati sull’identità. Riteniamo, in poche parole, che l’identità della persona umana, le identità delle comunità e dei territori, l’identità nazionale, le identità nazionali sono elementi di differenziazione e di caratterizzazione dei modelli di sviluppo.
Da questo ragionamento, che è una grande sfida culturale portata alle logiche omologanti in atto nella globalizzazione, nasce la convinzione che, per uscire dallo stallo, bisogna rivedere il modello di sviluppo italiano sulla base delle specificità della nostra terra e del nostro popolo. Specificità identitarie che non vanno intese come elementi statici, ma come realtà in evoluzione dotate di caratteristiche peculiari e produttrici di valore aggiunto, indispensabili alla costruzione del futuro. Ecco che allora, se ragioniamo da questo punto di vista, prendono corpo e divengono, non solo plausibili, ma necessari, i richiami alla possibilità di creare punti di incontro e di confluenza trasversali agli schieramenti politici nel dibattito sulle riforme e matura la consapevolezza che le riforme non si fanno a colpi di maggioranza, non si realizzano radicalizzando le contrapposizioni, ma attraverso l’incontro tra identità e culture diverse, cercando di dare vita ad un dibattito creativo tra i due poli e tra le diverse presenze culturali del nostro Paese. La conditio sine qua non per costruire questo dialogo risulta allora l’attenzione che occorre prestare al non essere banali nella proposta. Non c’è bisogno infatti di grandi confluenze e sintesi poderose se riforme come quelle della previdenza, del mercato del lavoro o del nostro sistema produttivo vengono sollecitate secondo un cliché predefinito e identico per tutti i popoli della terra. Occorre al contrario un intenso dibattito se l’obiettivo che ci si prefigge non è omologato, se si intende perseguire un’originalità di percorso. Comprendere la realtà italiana, questo è il punto da cui partire. Tale assioma vale per ogni identità nazionale, ma vale particolarmente per l’identità nazionale italiana, perché il nostro Paese è stato ed è carico di corpi intermedi e di sub-identità collettive che ne caratterizzano la società civile e alle quali oggi si richiede un superamento dell’interesse particolare. Questa estate, in nome del superamento dell’interesse particolare, col decreto Bersani, il governo Prodi ha inteso avviare una prima fase di riforme, che si muoveva secondo un orizzonte fortemente critico nei confronti del particolarismo corporativo degli ordini professionali e di altre strutture del ceto medio italiano. Ma è sensato superare l’interesse particolare procedendo ad una mera semplificazione dell’impalcatura su cui si fonda la nostra società civile?
E inoltre, prescindendo dai provvedimenti dell’attuale governo: è possibile riformare il mercato del lavoro, le relazioni industriali, le procedure della nostra contrattazione di lavoro se ciò viene inteso soltanto come uno smantellamento delle vecchie tutele? Si riuscirà ad ottenere dal mondo del lavoro dipendente la rinuncia a queste vecchie tutele senza offrire una contropartita in termini di democrazia economica e di partecipazione? Insomma, è pensabile che in un Paese dove il movimento sindacale ha un radicamento così pronunciato tutto questo possa essere cancellato con un colpo di spugna di natura più o meno tatcheriana?
E ancora: il concetto stesso di impresa in un contesto come quello italiano, in cui l’impresa è intrapresa comune, è piccola e media impresa, è creatività, può trovare la dimensione della responsabilità sociale senza che ci sia la comprensione del valore comunitario dell’attività imprenditoriale? E quindi la capacità di valorizzarne le realtà creative in tutte le dimensioni esistenti, che vanno dal movimento cooperativo all’artigianato, alla piccola e media impresa, alla realtà industriale più significativa?
Voglio aggiungere, come ultimo esempio, quello dei territori. L’Italia è una nazione ricca di territori. Ora la modernizzazione passa anche per l’implementazione delle infrastrutture, ma se non si vuole che questa produca una miriade di conflitti locali tra e sui territori che si rivoltano contro infrastrutture, considerate eccessivamente invasive per l’ambiente o dannose per il mondo rurale e il comparto agro-alimentare, bisogna coinvolgere i territori in un modello di sviluppo più complessivo che però non passi per la loro devastazione e il loro sradicamento. Ci vuole quindi una capacità di parlare alle realtà dei singoli territori, in un Paese che oscilla fra la difficoltà di costruire le più elementari vie di comunicazione e idee bislacche come quella, emersa negli anni passati, di realizzare un collegamento autostradale all’interno del parco delle Dolomiti. Occorre rispetto, tanto per il valore inestimabile del patrimonio paesaggistico e ambientale, quanto per il comparto agro-alimentare italiano, uno dei maggiori asset competitivi nella economia del nostro Paese.
La strada maestra è ancora una volta quella che lega il modello di sviluppo all’identità, un’opzione valida a tutte le latitudini, ma che per l’appunto in Italia lo è ancora di più.
Se siamo consapevoli di questi problemi e se siamo consapevoli che le riforme si faranno se si eviteranno i luoghi comuni e se si eviterà di pretendere di imporre all’Italia modelli che non sono compatibili con la sua specificità, è evidente che noi potremo affrontare l’anno prossimo, dopo la legge finanziaria, quando partirà la fase 2 del governo Prodi e più intensa sarà la dialettica tra i poli, soltanto se alimenteremo la nostra proposta politica con una robusta elaborazione culturale.
Da questo punto di vista voglio essere chiaro: è evidente che noi, io personalmente, tutti gli esponenti del centrodestra, o quantomeno coloro che militano in Forza Italia e Alleanza nazionale, siamo fortemente impegnati attualmente in una sfida di opposizione a Romano Prodi ed al suo esecutivo.
Tale sfida di opposizione è molto importante proprio per ribadire il valore del bipolarismo e il valore dell’appartenenza ai due popoli di centro-destra e centro-sinistra, ma questa sfida non deve cancellare la dimensione parallela delle controproposte e del dibattito, non deve far inaridire questo tipo di confronto e di scambio, fondamentale all’ampliamento dell’orizzonte progettuale dei partiti e delle coalizioni.
Noi dobbiamo fare in modo che i due momenti siano sempre presenti, senza essere legati solo alla dimensione del conflitto; lo scontro, certo, non va rinnegato, bisogna mettere in risalto la propria identità politica e i propri contenuti, la saldezza delle proprie convinzioni è anzi la premessa che consente di discutere e confrontasi con l’avversario politico, ma tutto questo va coltivato senza poi cadere nel settarismo. La grande sfida della politica italiana deve essere quella del superamento delle contrapposizioni pregiudiziali e della ideazione di nuove sintesi che ci consentano di realizzare il cambiamento senza cedere a banalizzazioni e a soluzioni omologanti. Ecco quindi che la riflessione sui nuovi modelli di sviluppo e sulla possibilità di innestare i processi di modernizzazione nel solco dell’identità è, per me, la missione principale cui deve assolvere
Già da gennaio, quindi, saremo al lavoro sull’agenda delle riforme per la competitività, coinvolgeremo e affronteremo tutti i soggetti politici, invitandoli a ragionare e a lavorare nella prospettiva che abbiamo provato ad indicare. Cercheremo, insomma, di fare in modo che la politica non si banalizzi in scontro tra gruppi di potere e basta. Cercheremo di contribuire, insieme a tutti gli altri volenterosi che nel centrodestra e nel centrosinistra e fuori dai normali schieramenti sono all’opera, a dare vita ad un modo di fare politica che sia percepito dagli italiani come un’espressione alta del pensiero e della nostra identità.
TANTI AUGURI VECCHIO MSI, NON TI MANDEREMO IN PENSIONE.
DI GIANNI ALEMANNO
Domani si celebrerà una sessione della Direzione nazionale di AN di particolare importanza. Saranno discusse, infatti, alcune significative modifiche statuarie che rappresentano una ulteriore apertura del nostro partito verso l’esterno e un aumento di democraticità nella formazione degli organismi dirigenti. Eleggere il coordinatore regionale, favorire l’adeguata rappresentanza delle minoranze interne, garantire la partecipazione attiva di giovani e donne, sono alcuni aspetti decisivi di questo cambiamento. Ma soprattutto sono importanti le modifiche statuarie che garantiranno a tutti i cittadini la possibilità di aderire al nostro partito, senza il diaframma di vecchie pratiche di selezione pregiudiziale e discrezionale. Alleanza Nazionale, insomma, prosegue il suo cammino per una Destra aperta, includente, capace di rappresentare un ponte di partecipazione tra società civile e istituzioni. Proprio nel sessantesimo anniversario della fondazione del Movimento Sociale Italiano, siamo chiamati ad individuare un nuovo equilibrio fra modernizzazione e identità, attraverso una attualizzazione dei nostri valori che devono essere costantemente liberati da incrostazioni ed appesantimenti ereditati dal passato. Nelle diverse epoche storiche, anche nel ghetto in cui eravamo rinchiusi durante la prima repubblica, queste sono state le migliori aspirazioni che hanno animato il nostro agire politico. Un movimento politico che, anche durante il periodo missino, ha saputo raccogliere le suggestioni culturali del futurismo e del tradizionalismo, dell’umanesimo del lavoro e della dottrina sociale cattolica, non può tendere ad altro che ad una costante “rivoluzione conservatrice” dell’identità nazionale. Allo stesso modo va respinta qualsiasi contrapposizione tra apertura e identità: ci si può aprire agli altri solo se si è forti nei propri valori, se non si rinuncia alla propria identità. Proprio nei nostri valori fondamentali si trovano motivi di superamento, di confronto e di unità fra tutti gli Italiani. Ma nei tempi più recenti c’è qualcosa di più: i principi della destra stanno trovando un riscontro molto più ampio del previsto tra gli elettori e tra i cittadini più lontani ad ogni forma di politicizzazione. È quella “destra sommersa” che fino ad ora Alleanza Nazionale è riuscita solo in parte ad intercettare nei suoi consensi elettorali e ancor meno nella sua base militante. L’apertura di AN, sancita con il documento presentato da Fini e recentemente approvato da quasi tutto il partito, proprio questo significa: non rinunciare all’identità ma cercare di modernizzarla e di spiegarla in termini più chiari a tutti gli elettori, per aggregare la destra sommersa e farne il motore del rilancio del centrodestra. La “Federazione delle Libertà” che dovrà legare insieme AN, Forza Italia e Lega (e, speriamo presto, anche UDC) non deve essere una sommatoria di partiti e non deve contenere le contraddizioni che hanno frenato in passato la nostra azione di governo. Questa federazione deve avere un’anima di cambiamento e una radice d’identità popolare che non potranno derivare da un generico moderatismo. Sta ad Alleanza Nazionale completare il suo percorso di apertura e di modernizzazione per essere il motore di questa nuova fase politica del centrodestra.

Nelle piazze, organizzando politicamente quel blocco sociale composto da “ceti medi” e “ceti popolari”, da noi più volte auspicato anche sulle colonne di Area, che si sta formando spontaneamente e del quale An può diventare l’interlocutore privilegiato.
"Torniamo a volare alto: liberare la società, rifondare la politica"
Cari militanti e cari amici,
siamo al termine di questi tre giorni di lavoro e prima di entrare nel merito delle importanti questioni dibattute in questo Convegno è giusto fare alcuni ringraziamenti non retorici per conto della Fondazione e della rivista “Area”.
Devo innanzitutto ringraziare i ragazzi del Circolo di Orvieto che, insieme ai componenti delle diverse segreterie, ancora una volta si sono assunti l’incarico di organizzare materialmente questo convegno. Poi gli “immarcescibili” Francesco Biava e Barbara Saltamartini che, dopo una campagna elettorale massacrante come quella delle comunali di Roma, con la massima “disinvoltura” si sono messi a lavorare per chiamare a raccolta tutto il nostro mondo umano e politico in giro per l’Italia. Infine i parlamentari, vecchi e nuovi, che si ritrovano nella nostra comunità e che mai come questa volta hanno lavorato insieme per dare un apporto politico e culturale al programma e ai contenuti del Convegno. Segno di un cambio di passo e di una nuova consapevolezza da parte di chi oggi è stato “nominato” parlamentare.
1 – LA RIGENERAZIONE DELLA FORMA-PARTITO
Parto da questo punto: il modo con cui abbiamo votato è frutto di una brutta legge elettorale, che io mi auguro venga presto cambiata reintroducendo, tra l’altro, la preferenza per i candidati in maniera tale che i parlamentari non vengano “nominati” ma liberamente scelti dagli elettori. Perché vi posso garantire che è stato lacerante andare a comporre le liste e mi auguro di non dovermi più trovare, né io né altri, nella drammatica condizione di dover scegliere a tavolino i candidati destinati ad avere maggiori o minori possibilità di essere eletti. Comunque questi parlamentari sanno di avere delle responsabilità nei vostri confronti: li ho visti lavorare in questi due mesi con un impegno ed una serietà che nei precedenti cinque anni molti altri amici, che non sono qui, non hanno purtroppo dimostrato. Chi ha la ventura di essere un parlamentare della Repubblica sa di avere una responsabilità in più, sa che per meritare il seggio deve “sputare l’anima”: se non ha voglia di farlo si può dedicare ad altro. Questo è il patto con cui abbiamo ricominciato a lavorare a livello parlamentare, in numero più ridotto ma con molta più serietà. Serietà che dovrà essere costante e crescente.
E’ chiaro che da questo incontro parte un messaggio preciso, molto semplice: non siamo morti. Non siamo morti dopo le difficili elezioni comunali di Roma, non siamo morti dopo che la destra sociale ha scelto di non essere più una corrente e neanche dopo che le divisioni che ci hanno lacerato. Io credo che la presenza qui di tante realtà territoriali, di quasi tutte le province, di chi sta in prima linea sul territorio, dimostra che c’è un radicamento comunitario che non si può perdere, che c’è un messaggio politico e culturale che deve continuare a contribuire alla crescita di Alleanza Nazionale e di tutto il centrodestra. Non è solo una nostra consapevolezza interna ma è un riconoscimento diffuso, come dimostra l’attenzione con cui siamo stati seguiti dai giornali e la presenza qui ad Orvieto di autorevoli esponenti del Partito e di tutta la Casa delle Libertà.
Come sappiamo Francesco Storace non è qui con noi perché ha scelto di intraprendere un’altra strada politica, che è stata presentata con il convegno della scorsa settimana a Camaldoli. E’ un percorso diverso dal nostro, ma ci auguriamo tutti che anche il suo lavoro contribuisca al rilancio e al rinnovamento di Alleanza Nazionale. Non siamo sulle stesse posizioni politiche, ma – mi auguro e ne sono convinto – non diventeremo mai dei nemici e ci ritroveremo in tante battaglie comuni.
Devo, prima di entrare nei temi politici generali, fare un passaggio su Roma. Un passaggio sulla mia candidatura alle elezioni comunali di Roma, che vorrei fosse capita bene perché non è stato un guizzo di “romanocentrismo” né di megalomania personale. E’ stata una necessità. Io vengo da Roma, ho fatto militanza politica a Roma, sono stato il segretario del Fronte della Gioventù di Roma, sono da sempre un parlamentare della Capitale. Poi, naturalmente ho girato tutta Italia, dalla mia Puglia a tutte le altre regioni, ovunque sono riuscito ad andare. Ma io vengo da Roma e quando la mia città non aveva un candidato a sindaco da contrapporre a Veltroni – dopo aver offerto questa candidatura a Fini, a Storace, a Gianni Letta e ad altri – ho ritenuto fosse mio dovere recepire le sollecitazioni che venivano da molti ambienti del partito romano.
Credo che le classi dirigenti si misurino anche nella capacità di non scegliere solo battaglie facili, di accettare sfide che appaiono perse in partenza. Se volete, mettiamola anche così: è come se mi fossi volutamente degradato da “colonnello” a “capitano di prima linea”. Mi ha stancato questa storia dei “colonnelli” che ruotano attorno a Fini e che sono sempre gli stessi al vertice del Partito: credo che tutti ci dobbiamo rimettere in discussione e misurare con la prima linea del territorio. E io voglio continuare a farlo fino in fondo, anche perché sono convinto che c’è una iniziativa molto importante tra le tante che dobbiamo intraprendere: credo che la Federazione di Roma, la più grande d’Italia, debba creare un network con le altre federazioni di An, a prescindere da ogni appartenenza correntizia, per rigenerare la politica sul territorio e ridare valore politico ed operativo ai circoli e alla “prima linea” del partito, dove si gioca molta parte del nostro futuro.
Su questo ruota un discorso fondamentale: l’istituzione-partito deve essere rigenerata in profondità. Per questo condivido il senso della lettera di Marcello De Angelis, di Antonio Buonfiglio e di Bruno Murgia, a cui si sono aggiunte le firme di altri parlamentari, non solo del nostro ambiente. In quella lettera c’è un richiamo alle regole interne di partito, che è un appello alla democrazia interna, alla partecipazione, al rispetto del territorio e della militanza. Una rivendicazione di metodi precisi per selezionare la classe dirigente, sia elettiva che nella organizzazione del Partito. Io credo che questo appello possa e debba essere trasversale alle correnti, il più aperto possibile perché investe questioni di metodo e di lotta politica quotidiana. Quando ci si trova nella prima linea del territorio “le chiacchiere stanno a zero”: tu devi parlare con un Presidente di circolo che si priva anche di una parte dello stipendio per tenere aperta la sede, che magari non sarà mai candidato o che farà solo candidature di servizio, ma che “mantiene la bandiera”, magari in una periferia romana, magari nel più sperduto paese della nostra Italia. E noi sappiamo che nei momenti più difficili della nostra storia, nei momenti di passaggio, quelle bandiere piantate in giro per l’Italia sono state la nostra forza principale: se non ci fossero state quelle bandiere il Msi non sarebbe mai uscito dal “ghetto”, non saremmo stati un alleato politico spendibile nella sfida del bipolarismo, non credo che nessuno di noi sarebbe mai andato al Governo. Nessuna svolta politica sarà credibile se non affonda le proprie radici in una rigenerazione della forma-partito e noi dobbiamo fare tutto il possibile affinché questo tema sia nell’agenda del dibattito interno fin dalla Assemblea nazionale del prossimo ottobre.
2) LA DESTRA SOCIALE DA CORRENTE DI PARTITO A COMUNITA’ POLITICO-CULTURALE
In questo quadro dobbiamo affrontare una questione centrale: dopo lo scioglimento della corrente della “destra sociale” dello scorso anno e dopo la separazione con Francesco, dobbiamo definire con chiarezza cosa siamo e cosa vogliamo essere dentro e fuori Alleanza Nazionale.
Per esprimerci con una formula: dobbiamo completare definitivamente il passaggio da “corrente di partito” a “comunità politica e culturale radicata nella società civile”.
Quali sono le differenze tra questi due modi di essere, visto che il retroterra comunitario non è mai mancano nella nostra esperienza politica? Il cuore della nostra attività non devono essere le dialettiche di potere nel partito ma la creazione di aggregazioni e di proposte politiche e culturali da veicolare in An come in tutta la comunità nazionale.
La prima conseguenza di questa impostazione comunitaria è che non siamo più costretti a fare numero, ma dobbiamo essere rigorosi nel produrre qualità, qualità nelle persone, nelle comunità territoriali e nelle proposte politiche.
Dobbiamo essere molto più autentici: uniti al nostro interno e aperti e leali verso l’esterno, rifiutando aggregazioni strumentali e settarismi di ogni tipo.
Verso l’esterno aperti alla collaborazione con tutti, senza faziosità e senza strategie strumentali. Ne abbiamo dato prova anche con questo Convegno aperto a tutta Alleanza Nazionale e a tutto il centrodestra, senza alcuna preclusione.
Nel nostro interno netti nel rifiutare compromessi umani e politici, volti solo ad ingrossare le nostre fila. In sintesi eviteremo di aggregare persone ed ambienti che vengono a noi solo perché sono in conflitto con questa o quella corrente, perché cercano tutela nei confronti di questo o quel “ras” locale, perché sperano di avere un aiuto per la loro “crescita politica”. Tutto questo, nel passato, ci è costato tanto: faceva parte di un metodo, di un modo di fare lotta politica, forse di una necessità, ma ci è costato tanto.
Ecco, una cosa vi posso dire, un impegno che prendo qui di fronte a Voi: questo gioco è finito. Questo non significa che ora ci chiudiamo in noi stessi, nella classica “torre d’avorio”: al contrario, come ho detto a tutti coloro che mi hanno posto problemi di tipo territoriale, è necessario cercare liberamente le alleanza politiche con le realtà migliori che si trovano nei diversi contesti, a prescindere da ogni appartenenza correntizia. Quindi siate aperti, fate alleanze con gente di valore, trovate radicamento nel territorio, interpretate positivamente quel principio di regionalizzazione del Partito di cui tanto si parla. Perché, attenzione: se la regionalizzazione del Partito è l’autogoverno delle consorterie locali, questa non va bene; ma se al contrario significa la partecipazione dei militanti, dei quadri emergenti, l’unità di chi opera sul territorio, allora questo è un obiettivo necessario per la creazione del nuovo partito.
L’importante è non commettere l’errore di trasformare strumentalmente un’alleanza politica in una logica di appartenenza, di promuovere obbligatoriamente un “compagno di strada” in un appartenente alla nostra comunità politica. E’ meglio trovare nuovi proseliti nella società civile, energie nuove, che riciclare quadri politici, più o meno logorati, in cerca di una ricollocazione.
Per costruire questa comunità politica e culturale radicata nella società civile abbiamo proposto uno schema organizzativo diverso dal passato: la ridefinizione del ruolo della Fondazione “Nuova Italia” e la nascita dell’Associazione culturale “Nuova Italia” concepita come una organizzazione di tipo “federalista”.
La prima si trasforma da una “fondazione di partecipazione”, in cui chiunque poteva aderire, in una fondazione (peraltro già riconosciuta dalla Presidenza della Repubblica) di alto livello, sul piano scientifico e culturale come sul piano delle aggregazioni nella società civile. Con la Fondazione dobbiamo avvicinare i quadri emergenti della nostra comunità nazionale per elaborare un pensiero politico e culturale strutturato e qualificato, per costruire, anche nel campo della solidarietà sociale, progetti che siano in grado di incidere profondamente nella realtà. Dobbiamo dialogare con i principali think-tank che esistono in Europa e nel mondo, dobbiamo prepararci attivamente alla “nuova fase” di An, entrando nella rete di fondazioni e di associazioni che, secondo quanto dice il documento presentato da Fini, dovrebbero promuovere le nuove aggregazioni.
L’Associazione “Nuova Italia”, invece, funzionerà sul territorio in una chiave “federalista”, perché servirà ad aggregare e a far nascere associazioni culturali e sociali radicate nelle diverse aree geografiche e nella società civile. Avendo a fianco un mensile come “Area” che deve essere fortemente diffuso e “vissuto” in tutto il centrodestra, una rete di siti internet che vengono ogni giorno visitati da migliaia di cittadini e che debbono sempre più veicolare messaggi e idee in tempo reale e, infine, una nuova produzione editoriale di livello scientifico, formativo e divulgativo.
Chi si vuole radicare nel Partito deve costituire circoli di Alleanza Nazionale, ovviamente, ma chi vuole promuovere associazioni federate a “Nuova Italia”, chi vuole portare personaggi qualificati dentro la Fondazione, compia questa opera nell’ottica di avvicinare sensibilità culturali, professioni, ambienti e realtà che, per un motivo o per un altro, nel Partito non ci riescono ancora a stare. Questa è la sfida che noi vogliamo affrontare, anche perché uno dei motivi da cui parte la nuova “svolta di An” è la constatazione, comune a tutti, di quante persone si sono allontanate dal Partito o non sono neppure riuscite a trovare la porta di accesso per entrarvi. Bene, noi dobbiamo evitare che queste persone si perdano, dobbiamo offrire ad esse un punto di riferimento forte e chiaro. Perché questa è sempre stata la nostra missione: parlare alle persone di qualità, a chi cerca delle risposte non omologate, ai giovani che vogliono crescere senza rinunciare ai nostri valori, a chi non si accontenta dell’immagine vecchia e stereotipata della “destra” che tanto appaga alcuni nostri colleghi di partito.
3) INTERPRETARE IN MODO CRITICO E COSTRUTTIVO LA “NUOVA SVOLTA” DI AN
E allora veniamo alla famosa “svolta” che si è aperta in Alleanza Nazionale dopo la presentazione in Esecutivo del documento preparato dal presidente Fini. Si è molto parlato giustamente di questo documento, e se ne parlerà ancora fino alla riunione dell’Assemblea nazionale che dovrebbe approvarlo. Ma qui il problema non è essere o non essere d’accordo su un documento, che tra l’altro è ampiamente emendabile, visto che non è stato approvato preventivamente e sarà oggetto di un approfondito dibattito. Lavoreremo anche noi per arricchirlo di tutti quei contenuti che possono sembrare insufficienti, per emendarlo nelle parti che sono criticabili e, se volete, per tradurre in italiano le ridondanti citazioni in inglese.
Oggi noi dobbiamo interrogarci su qualcosa che sta a monte del documento presentato. Anche perché sappiamo bene che di documenti belli o brutti, nella nostra storia di Partito ce ne sono stati molti, ma pochi tra questi hanno realmente cambiato le cose. Il vero problema politico è giudicare se la nuova “svolta” è necessaria e su quale linea si deve muovere.
Ebbene, io credo che questa svolta si deve fare e cercherò di spiegare perché deve portare ad una nuova “apertura” di Alleanza Nazionale.
Per non perderci in elucubrazioni astratte, dobbiamo partire da obiettivi concreti: tornare ad essere maggioranza nel Paese, costruire una opposizione forte e credibile al Governo Prodi, preparare un’alternativa di governo che non ripeta gli errori da noi commessi nella scorsa legislatura.
Dove sono finite e come si recuperano le fasce elettorali che il centrodestra ha perso dal 2001 al 2006? Come si fa opposizione al Governo Prodi, aprendo la prospettiva di una nuova maggioranza e di un nuovo programma di governo?
Quello che, innanzitutto, è importante capire è che nell’elettorato potenziale di centrodestra ci sono due grandi “famiglie” o “anime”: l’anima intransigente e l’anima critica (o moderata). Per raccogliere più del 50% del corpo elettorale, per avere una maggioranza stabile nel Paese, bisogna parlare a tutte e due queste anime, non ci si può “accomodare” solo sull’una o sull’altra, perché altrimenti rischiamo di ritrovarci irrimediabilmente in minoranza. Molti di noi sono stati nel Movimento Sociale Italiano per tanti anni e ci ricordiamo bene quanto “protestavamo”, quanti cortei abbiamo fatto, con una politica tutta incentrata sul “muro contro muro”. Questo ci ha mai portato oltre il 10%? Allora voi pensate che la nostra capacità di vincere l’abbiamo persa perché non siamo stati sufficientemente “aggressivi” nei confronti dei nostri avversari? Certo, ci sono stati degli errori anche da questo punto di vista, ma non è questo il centro del problema.
Se fosse vera la teoria secondo cui An non è cresciuta e il centrodestra ha perso per troppa debolezza politica o per mancanza di compattezza nello scontro frontale con la sinistra, avremmo almeno dovuto vedere una qualche crescita dei partiti di estrema destra. Che non c’è stata. Nelle elezioni politiche due liste di estrema destra erano all’interno della coalizione, quindi non avevano neanche l’handicap dell’emarginazione e del “voto inutile”, ma non sono cresciute. Anche al Nord la Lega, che certo non si è risparmiata in slogan fuori le righe, non è cresciuta. E siccome l’elettorato intransigente, quando è demotivato, non si schiera dall’altra parte ma al massimo non va a votare, anche questa ipotesi deve essere scartata perché la percentuale dei votanti alle ultime elezioni politiche è stata molto elevata.
Al contrario, lo spazio politico dell’elettorato intransigente, se volete “di destra”, è stato fin troppo presidiato. Sento spesso ripetere un’analisi un po’ discutibile, che dice: il centro è affollato, a destra c’è il vuoto. Ma quando mai: durante l’ultima campagna elettorale Berlusconi ha dato messaggi di centro e si è rivolto ad un elettorato moderato? All’elettorato critico? O non ha fatto una grande mozione degli affetti nei confronti dell’elettorato intransigente? La Lega che cosa rappresenta al Nord, per non parlare dei partiti di estrema destra? Quindi, è vero esattamente il contrario: nella Casa delle Libertà il centro si è svuotato, mentre si sta creando un affollamento a destra. Per noi di An il principale concorrente sull’elettorato intransigente non è stata l’estrema destra, ma probabilmente Forza Italia che, trascinata da Berlusconi, è andata a recuperare nel nostro spazio elettorale i voti che stava perdendo sul versante moderato.
Solo che, chiunque li prenda, i volti dell’elettorato intransigente non fanno la maggioranza degli italiani, questo è il problema che ci dobbiamo porre. Si fa maggioranza nel Paese quando si parla con la stessa credibilità sia ai moderati che agli intransigenti.
Questa non è solo una necessità di marketing elettorale, ma è la condizione per costruire un programma credibile per cambiare l’Italia. L’elettorato intransigente è un elettorato che risponde ad una molteplicità di pulsioni, spesso molto divergenti, però fondamentalmente quello che caratterizza questo ampio segmento elettorale di centrodestra è l’idea della “spallata”, l’idea della “rottura”: il bisogno di un forte cambiamento, senza mediazioni sociali ed istituzionali, con pulsioni di tipo “populista” contro l’alleanza, vera o presunta, tra le strutture sociali della sinistra e i “poteri forti” nell’economia e nelle istituzioni. Sindacati, cooperative, Confindustria, magistratura, sistema bancario, associazioni sociali, burocrazie ministeriali, giornali ed operatori culturali, sono i principali obiettivi di questa “spallata contro l’establishment”. Sull’altro versante, l’elettorato “critico” e “moderato” risponde ad altre sollecitazioni: una preoccupazione diffusa rispetto alla tenuta delle istituzioni italiane, alla situazione difficile in cui vive il nostro Paese che perde competitività, che da venti anni versa in una perenne crisi economica ed istituzionale. In questo elettorato critico c’è chi, per esempio, non è disposto a nascondere la “questione morale” dietro alla lotta contro la magistratura o contro i giornalisti. Una parte degli italiani, pur non essendo di sinistra, soffre delle cosiddette “anomalie del centrodestra”, non ama il “berlusconismo” acritico, non tollera la rozzezza di certe uscite della Lega, è stanca del perenne “muro contro muro”, vuole più attenzione per il “bene comune”, presta attenzione a chi sembra avere un atteggiamento più costruttivo. Quando si parla del mondo cattolico, voi pensate che questo si ritrovi solo nell’intransigenza valoriale contro un certo “zapaterismo” strisciante della sinistra? O non c’è anche una parte di elettorato cattolico che guarda anche ad altre questioni, che si pone il problema di non lacerare il Paese, di non avere lavoratori autonomi contro lavoratori dipendenti, che non accetta l’idea che tutti i sindacati siano nemici, che, insomma, ha una grande attenzione per la solidarietà e la coesione sociale?
Insomma la sfida programmatica del centrodestra è quella di parlare ad entrambe queste realtà popolari. Noi abbiamo bisogno della spinta propulsiva, della voglia di cambiamento che è nell’elettorato intransigente, ma abbiamo bisogno anche di quel senso delle istituzioni e dello Stato, di quella cura per il “bene comune” e per l’unità della nostra comunità nazionale che anima l’elettorato che “sta in mezzo”, che è di “centro” non in base ad una scelta ideologica ma in base ad un atteggiamento critico e non pregiudizialmente schierato. E, contemporaneamente, non dobbiamo farci catturare dal “lato negativo” presente in entrambi questi due elettorati. Non dobbiamo essere preda di interessi particolari e di privilegi, non dobbiamo cedere a paure xenofobe, a suggestioni velleitarie, che spesso si nascondono nell’elettorato intransigente. Come non dobbiamo farci condizionare dall’antico trasformismo italico, dalla tentazione di andare “secondo la corrente” privilegiando solo le idee più superficiali e “di moda”, che altrettanto spesso condizionano le scelte dei cosiddetti “moderati”.
Tutto questo, in termini generali, ha a che fare con il posizionarsi al centro o alla destra. Ma non con il concetto della destra dal punto di vista ideologico, perché ci sono tanti modi di intendere “destra”, “centro” e “sinistra”. Negli anni passati abbiamo imparato dalla “cultura non conformista” quanto queste etichette siano logorate e la molteplicità di significati che possono assumere nel linguaggio comune a secondo delle fasi storiche e delle forme di comunicazione utilizzate dalle forze politiche in campo. Noi stessi abbiamo utilizzato la definizione “destra sociale” per indicare una posizione politica e culturale radicata nei valori comunitari ed identitari, popolari e nazionali, nella dottrina sociale cattolica e, sulla base di questi valori, interprete di un progetto di rinnovamento profondo della realtà italiana. Facendo, così, un grande sforzo per distinguerci da altri modi di concepire la destra secondo posizioni ultraliberiste, reazionarie, xenofobe, antidemocratiche o genericamente conservatrici. E in base a questo abbiamo spesso spiazzato i nostri interlocutori, apparendo come la “sinistra della destra” per le nostre posizioni sociali e ambientaliste, o come dei “moderati” per la nostra attenzione al dialogo con la società civile e per la nostra disponibilità di perseguire il “bene comune” anche con iniziative politiche trasversali. Ma nella comunicazione politica quotidiana, quella che forma il “senso comune”, la “destra” viene tendenzialmente associata con i diversi atteggiamenti di quello che abbiamo chiamato l’elettorato intransigente, mentre il “centro” viene indicato come il luogo politico dell’elettorato “moderato” o “critico”.
Allora che facciamo? Ci “chiudiamo” a destra – questo è il senso del documento presentato da Fini – e parliamo soltanto agli intransigenti, lasciando i moderati alle cure dell’Udc e di Forza Italia che già alle ultime elezioni non sono riusciti a trattenerli nel centrodestra? Oppure utilizziamo la capacità di Alleanza Nazionale, e in particolare della destra sociale, di essere “centrale” all’interno della Casa delle Libertà, per elaborare un progetto politico in grado di parlare a tutto l’elettorato che non è ideologicamente e pregiudizialmente ancorato a posizioni di sinistra? Questa centralità è necessaria perché, al di là delle posizioni dei singoli partiti, conta la capacità di mediazione e di sintesi che si esprime all’interno dello schieramento e che fino ad oggi ci ha visti tendenzialmente subalterni se non marginali. Un nuovo movimento “popolare e nazionale” che parta da Alleanza Nazionale ha le potenzialità per parlare a moderati ed intransigenti, alla destra come al centro e perfino ad una sinistra non ideologica, al Nord come al Centro-Sud, a chi cerca valori e progetti che possano rinnovare l’Italia senza lacerarla, modernizzarla senza perdere identità nazionale e coesione sociale.
Questo non significa abbandonare o “moderare” i valori della destra. Al contrario dobbiamo sottolineare che molti valori e molti obiettivi politici un tempo esclusivi della “destra” oggi sono diventati patrimonio comune di un elettorato molto più vasto: dal patriottismo alla difesa dell’identità nazionale, dalla lotta all’immigrazione clandestina alla sicurezza del cittadino, dalla meritocrazia ai valori della famiglia. E’ questa la “destra sommersa” che il nostro partito non è mai riuscita ad intercettare ed aggregare fino in fondo: torna l’immagine di “un nano sulle spalle di un gigante” di cui parla Marcello Veneziani per descrivere l’inadeguatezza di An rispetto al bacino di consenso potenziale dei veri valori della destra. Questo dipende da tutte le insufficienze organizzative del nostro partito e anche dalla difficoltà di interpretare un ruolo politico “forte” all’interno del centrodestra, ma deriva anche dal fatto che una buona parte dei cittadini che fanno parte della “destra sommersa” non sono consapevoli di esserlo e rifiutano queste etichettature. Berlusconi e la Lega, da sempre e sempre di più, lanciano messaggi di destra senza mai usare la parola “destra” e quasi la metà degli elettori di An oggi preferisce definirsi “di centrodestra” invece che “di destra”. In sintesi non dobbiamo e non vogliamo abbandonare la nostra autentica identità di destra, l’identità di una destra popolare e nazionale, ma dobbiamo avere un linguaggio e una strategia di aggregazione in grado di raggiungere fasce di elettorato molto più ampie e variegate. Non dobbiamo affatto abbandonare i nostri valori, ma dobbiamo viverli e farli conoscere in modo così autentico ed aperto da superare le etichette schematiche e le chiusure pregiudiziali.
Ma queste aspirazioni più ampie e più ambiziose per Alleanza Nazionale si scontrano con i numerosi fallimenti che abbiamo subito cercando di andare oltre dalle sponde sicure della “destra”, primo fra tutti l’insuccesso elettorale della lista dell’“elefantino” con Mario Segni. E qui c’è un principio politico che bisogna comprendere bene per evitare clamorosi insuccessi elettorali o operazioni politiche “a somma zero”. La trasformazione del ruolo di una forza politica non passa solo per un cambiamento del suo posizionamento comunicativo, passa per l’assunzione di nuove funzioni nella politica concreta. In altri termini la crescita, come forza elettorale e ruolo politico, di An non passa attraverso uno spostamento “di immagine” dalla destra verso il centro, ma per l’assunzione di funzioni centrali e trainanti nello scontro politico in atto. Il nuovo posizionamento comunicativo può rimuovere limiti e pregiudizi nell’aggregazione politica, ma la spinta e la forza di questa aggregazione nasce dalla capacità di interpretare gli interessi e le aspirazioni dei ceti sociali in movimento.
4) COSTRUIRE UN’ALTERNATIVA CREDIBILE AL GOVERNO PRODI
E’ evidente che oggi queste nuove funzioni politiche e sociali vanno cercate nella costruzione dell’opposizione al nuovo governo di centrosinistra. Diventerà egemone nel fronte contrapposto alla sinistra, comunque questo fronte sarà configurato in futuro, chi riuscirà ad interpretare un ruolo centrale e vincente nella costruzione dell’opposizione e dell’alternativa di governo.
E’ necessaria quindi un’attenta analisi di quello che è il Governo Prodi per capire come configurare l’opposizione all’attuale maggioranza di centrosinistra. All’interno della risicata maggioranza che sostiene il Governo Prodi c’è un’anomalia senza dubbio più grave di tutte le anomalie che sono state finora addebitate al centrodestra: passando in rassegna tutte le forze che compongono questa maggioranza, voi trovate tutto e il contrario di tutto. Ma questa non è solo una debolezza: la progressiva aggregazione di componenti partitiche che si sono distaccate dal centrodestra e l’equilibrio che si è creato fra identità politiche diametralmente opposte, offre al centrosinistra la possibilità di rappresentarsi come uno schieramento politico ampio e completo. Se nel 1994 nella “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto erano schierati tutti gli eredi diretti dell’arco costituzionale della prima Repubblica, oggi i nostri avversari sono andati oltre: a sostenere Prodi troviamo una “rappresentazione potenziale” di tutto l’arco ideologico, politico e sociale esistente in Italia. Dai neocomunisti di Bertinotti e Diliberto agli ultraliberisti della Rosa nel Pugno, dalle pulsioni laiciste di Capezzone e Luxuria all’ortodossia cattolica di Bobba e della Binetti, dalle legittimazioni tecnocratiche di Padoa-Schioppa alle preoccupazioni moderate di Rutelli e Mastella, agl’impulsi massimalisti dei Verdi e di una parte significativa della Sinistra: non c’è nessuna forma ideologica e politica che oggi non sia rappresentata all’interno della maggioranza governativa. Da questa eterogeneità derivano le forti difficoltà dell’attuale maggioranza nel darsi una strategia economico-sociale e nell’elaborare qualsiasi provvedimento normativo senza dissociazioni e contrapposizioni interne, ma nel prossimo futuro potrebbero nascere anche le basi di una “grande alleanza” che, emarginando il centrodestra, si presenti come una unità di intenti per ristrutturare profondamente il nostro Paese oltre tutte le emergenze che lo stanno mettendo a dura prova. Insomma, questo “tutto e il contrario di tutto”, se non si troverà subito di fronte un’opposizione intelligente ed incisiva, ha la potenzialità di espandersi, di diventare maggioranza stabile nel Paese, anzi peggio, di diventare un “regime” simile a quello delle regioni da sempre amministrate dalle sinistre. Ecco perché bisogna stare molto attenti rispetto a progetti di nuove maggioranze, di “governi di larghe intese”, di disponibilità a dare “appoggi costruttivi” a questo governo: questi discorsi possono acquistare un valore reale quando il Governo Prodi sarà entrato in crisi, non prima come “offerte gratuite” ed unilaterali da parte dei partiti di centrodestra.
La strategia dell’opposizione deve emergere con chiarezza subito, fin dalle prime scadenze in campo economico-sociale, il decreto Bersani e la Finanziaria 2007, che sono forse gli scogli più duri che Prodi e i suoi ministri dovranno affrontare in questa legislatura.
Cominciamo con il Decreto Bersani, che è un provvedimento di grande impatto politico, perché, con molta intelligenza, è riuscito ad appropriarsi dello slogan delle “liberalizzazioni”, strappandolo al centrodestra e utilizzandolo come un alibi per colpire, sia sul versante delle regolamentazioni che sul versante fiscale, categorie del ceto medio tendenzialmente schierate contro la sinistra. Usando lo strumento improprio, e forse incostituzionale, della decretazione di urgenza, è stato negato non solo qualsiasi confronto costruttivo con l’opposizione, ma anche ogni principio di concertazione e di dialogo sociale. Insomma il centrosinistra ha tenuto nei confronti del ceto medio le stesso comportamento che ci aveva accusato di aver utilizzato contro i lavoratori dipendenti ai tempi della riforma dell’articolo 18 sui licenziamenti.
Quindi, dopo aver dichiarato a livello giornalistico che noi non siamo contro le liberalizzazioni – quante volte sulle colonne di Area abbiamo teorizzato la necessità di rompere tutti i monopoli esistenti in Italia – e che anzi avremmo dovuto fare molto di più su questo versante durante il Governo Berlusconi, fatta questa necessaria premessa, siamo diventati il punto di riferimento per ogni categoria in lotta e siamo stati in prima fila in ogni protesta. Lo siamo stati con i tassisti, per i quali siamo riusciti ad imporre quella mediazione con Bersani che – unico caso fino ad oggi – ha portato alla soluzione positiva della vertenza. Siamo in ballo con gli avvocati e i professionisti, con i quali – insieme a Paola Frassinetti e Antonio Buonfiglio in versione di onorevoli-avvocati – siamo stati alla testa di cortei di protesta fino a Palazzo Chigi. Siamo al fianco dei farmacisti, che difendono il valore della loro rete di presidi sanitari, e aiuteremo i panificatori, anche per coerenza con i principi di qualità e sicurezza alimentare che hanno ispirato la nostra azione al Ministero dell’agricoltura. Dobbiamo continuare ad essere vicini a queste categorie. Il campanello di allarme è suonato forte per tutto il ceto medio: quante persone durante le manifestazioni ci hanno detto: “ho votato a sinistra e maledizione a me e a quando l’ho fatto”.
A questo punto dobbiamo aprire un altro discorso, quello sulle liberalizzazioni e sul rapporto con le parti sociali e con la società civile organizzata. Il decreto Bersani spaccia per “liberalizzazioni” quelle che sono solo delle “deregolamentazioni”, ovvero la cancellazione di norme preposte ad auto-regolare l’attività di professioni e di categorie. Le liberalizzazioni, quelle vere, servono ad altro: cancellano o ridimensionano monopoli economici, sia pubblici (in questo abbinandosi alle privatizzazioni) che privati. In entrambi i casi si introducono aperture al mercato e alla concorrenza, ma mentre nelle liberalizzazioni si smontano monopoli a favore della società civile, nelle deregolamentazioni si smontano strutture della società civile per alimentare nuovi monopoli. Indebolire gli ordini professionali significa in un primo momento aumentare il numero dei nuovi operatori, ma subito dopo far prevalere i grandi studi associati e le società di capitali che spazzano via i piccoli professionisti e impongono la loro egemonia anche sui consumatori. Stesso discorso vale per il commercio, per la rete delle farmacie, per i panificatori: alla fine prevale solo la grande distribuzione organizzata che mette in crisi i piccoli esercizi ed impone ai consumatori le sue regole sui prezzi a danno della qualità del servizio. Questo ovviamente non vuol dire che gli ordinamenti delle diverse professioni non abbiamo bisogno di riforme e modernizzazioni, che non ci siano interessi di lobby da smontare a favore all’interesse generale, ma attraverso riforme che, per non trasformarsi in puri e semplici “azzeramenti”, hanno bisogno di grande attenzione e di un confronto profondo e costruttivo con i rappresentanti delle categorie interessate. Così il centrodestra ha fatto con le riforme che hanno interessato il movimento cooperativo, così ha cercato di fare nei confronti dei sindacati rivedendo la modifica dell’articolo 18 attraverso il “Patto per l’Italia”, mentre il centrosinistra cavalcava gli scioperi generali contro ogni forma di cambiamento.
Quindi il centrosinistra, con il suo decreto imposto dall’alto senza nessuna forma di concertazione, ha colpito non solo le categorie del ceto medio, ma il principio dell’autonomia della società civile con un atteggiamento dirigistico che costituisce un pericoloso precedente. In questo la “parte Bersani” del decreto si sposa perfettamente con la “parte Visco” che reintroduce il “grande fratello fiscale” con atteggiamenti vessatori e persecutori nei confronti dei lavoratori autonomi contribuenti. L’atteggiamento di Confindustria e dei sindacati che, con la sola eccezione dell’Ugl, hanno applaudito al decreto, è stato particolarmente miope: lo stesso dirigismo che oggi ha colpito il ceto medio e i lavoratori autonomi, contro ogni principio di sussidiarietà e di dialogo sociale, può domani colpire le imprese e i lavoratori dipendenti.
Un domani che già si preannuncia con la Finanziaria 2007. Questo è il secondo passaggio, ancora più pesante del Decreto Bersani, perché il Dpef ha già indicato i settori su cui Padoa-Schioppa cercherà di intervenire per risanare i conti pubblici: previdenza, ovvero aumento dell’età pensionabile e dei contributi degli autonomi; sanità, ovvero ticket sanitari e stretta sui deficit regionali del servizio sanitario; enti locali, ovvero taglio dei trasferimenti che finanziano i servizi al cittadino; pubblico impiego, ovvero rallentamento della dinamica salariale e più forte mobilità.
Sono quattro temi su cui vedremo alla prova dei fatti il fronte sindacale. Vedremo quello che farà la Cgil, e ancora di più misureremo il protagonismo della Cisl e dell’Ugl, quando il Ministro dell’Economia cercherà 35 miliardi di euro, 70 mila miliardi di vecchie lire, su questa “carne viva” della spesa sociale. Il centrosinistra quando era opposizione ci ha raccontato che la spesa sociale non si poteva e non si doveva toccare e che i conti pubblici erano fuori controllo per l’eccessiva spesa corrente; ora che sono al governo, pur aumentando le tasse, non sanno dove tagliare se non sulla spesa sociale. Il nostro Governo, quindi, nonostante tutte le critiche più o meno giuste delle parti sociali, non ha buttato i soldi dalla finestra e, grazie anche ad Alleanza Nazionale e alla destra sociale, non ha tenuto una linea economica antipopolare.
Né sul versante delle imprese, soprattutto quelle piccole e medie, si può immaginare una Legge finanziaria senza danni. I limitati effetti del taglio dei cinque punti di cuneo fiscale saranno ampiamente ripagati con un aumento della pressione fiscale su altri versanti e con un ossessivo moltiplicarsi delle norme di controllo fiscale e burocratico.
Quindi ad un ceto medio già in movimento, si aggiungeranno gli effetti sociali ed economici di una Finanziaria resa ancora più difficile dalla volontà di Prodi di essere “primo della classe” in Europa. Abbiamo di fronte un “autunno caldo” in cui dovremo sintonizzarci su un’ampia protesta popolare, costruendo l’opposizione al Governo Prodi, non solo nelle aule parlamentari, ma nelle piazze e nella società civile, in mezzo alla gente.
5) UN BLOCCO SOCIALE PER LA MODERNIZZAZIONE DELL’ITALIA
Ecco quindi la funzione politica e lo spazio sociale per trasformare Alleanza Nazionale in un grande “movimento popolare e nazionale” centrale e trainante all’interno del centrodestra. Ma come costruire un’opposizione che tenga conto non solo dell’elettorato intransigente ma anche di quello moderato, delle contraddizioni esistenti nel corpo sociale e anche del carattere composito ed articolato della maggioranza di centrosinistra?
Nel documento presentato da Fini si fa più volte riferimento al concetto di “blocco sociale”, che sostanzialmente significa saldare gli interessi di una serie di segmenti sociali in una alleanza fondata sul comune riconoscimento in un universo di valori e di idee-forza. Il problema che noi abbiamo è quello di evitare una “opposizione a somma zero”, cioè un’opposizione che un giorno appoggia le categorie del ceto medio e si aliena le simpatie dei “confindustriali”, il giorno dopo difende le imprese e si scontra con i sindacati, infine sposa lavoratori dipendenti e pubblico impiego provocando le ire dei piccoli e medi imprenditori. Un’opposizione di questo genere non riuscirebbe ad aggregare la maggioranza del Paese, verrebbe guardata con sospetto dall’elettorato “moderato” e sarebbe facilmente contrastata dalla molteplicità di anime politiche che sostengono il Governo Prodi. Per evitare questi rischi siamo chiamati a propiziare la saldatura di un blocco sociale che riunisca ceti popolari e ceto medio, lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e piccole e medie imprese, il Nord e il Centro-Sud dell’Italia e che nei valori di riferimento sappia parlare sia ai moderati che agli intransigenti.
Quella che abbiamo di fronte non è una sfida impossibile, perché questo blocco sociale si può saldare su idee e valori che fanno già parte del nostro codice culturale. Anche qui, per non compiere un’operazione astratta bisogna partire identificando i grandi problemi del nostro Paese su cui c’è una sensibilità diffusa nello spazio sociale ed elettorale che a noi interessa. E’ la risposta a questi problemi che ci permette di individuare i valori e le idee di riferimento in grado di dare bandiere unificanti ai segmenti sociali a cui deve parlare l’opposizione di centrodestra.
Individuiamo alcuni grandi problemi del nostro paese: una società vecchia e bloccata; la passività di fronte alla globalizzazione; le false gerarchie e le rendite; l’economia sommersa e illegale. Se si riesce a saldare un movimento popolare che si identifichi nella lotta contro questi quattro grandi mali, si crea un “blocco sociale per la modernizzazione dell’Italia”, non un’alleanza conservatrice o la strumentale aggregazione di interessi particolari eterogenei.
Il tema della libertà individuale contro una società vecchia e bloccata è il valore principale attorno a cui si è storicamente aggregato il “popolo delle libertà” del centrodestra. Il valore della libertà non ha perso né il suo fascino aggregante né la sua importanza riformista, anzi tornerà sempre più in auge di fronte alle iniziative del “grande fratello fiscale” Vincenzo Visco, ma questo valore da solo non basta più per vincere, come è successo nel 1994 e anche nel 2001. Emergono altri bisogni di natura più identitaria e popolare, altri problemi a cui non è sufficiente rispondere con l’idea-forza della libertà.
Alla passività di fronte alla globalizzazione si deve contrapporre un forte richiamo ai valori della persona, della famiglia e dell’identità nazionale. Lo “zapaterismo” latente che anche in Italia viene incarnato dalla sinistra, è il male più acuto e pericoloso, perché la perdita di riferimento nei valori fondamentali della vita e della famiglia significa abbassare la guardia di fronte alle sfide più radicali del nostro tempo. In tutto il corpo sociale esiste inquietudine per gli effetti negativi della globalizzazione: sul versante della sicurezza la sfida del fondamentalismo islamico e l’immigrazione clandestina crescente ed incontrollata, sul piano economico l’invasione di prodotti asiatici che fanno concorrenza sleale alla nostra economia e la spinta alla delocalizzazione delle imprese che provoca disoccupazione. Il nostro blocco sociale si può ritrovare nel rifiuto di un modello culturale fatto di cosmopolitismo, di consumismo, di individualismo, di “nuovo materialismo relativista” e di perdita di radicamento nella nostra identità nazionale di cui i valori cattolici sono il fondamento principale. Per questo dobbiamo superare il difetto di immagine che da Forza Italia si è proiettato su tutto il centrodestra: quello di una eccessiva indulgenza verso l’individualismo e l’egoismo sociale. Non si affrontano i grandi problemi dell’Italia nella globalizzazione se non si parte dai valori e dalle appartenenze comunitarie. Nel documento di An si parla di persona umana non di individuo, si distingue la persona dal consumatore. Da questo bisogna partire per creare un collegamento tra dimensione sociale e dimensione valoriale, tra competitività economica e radicamento in un’appartenenza comunitaria. Di fronte a queste sfide non si può escludere l’organizzazione spontanea di una “marcia per i valori” sul modello di quella promossa in Spagna dai movimenti cattolici contro Zapatero. E’ evidente che nel caso spagnolo il detonatore è stato introduzione dei “matrimoni gay”, ma anche in Italia si stanno accumulando motivi di inquietudine sul versante dei valori che cominciano a creare un clima contro la minaccia di uno “zapaterismo all’italiana”.
Terzo punto: le false gerarchie che oggi opprimono l’Italia si combattano non solo con un forte richiamo al merito e alla “meritocrazia”, ma anche alla sussidiarietà e alla partecipazione. L’Italia è piena di false élite in tutti i contesti, da quello politico, a quello sociale, a quello economico, fino a quello burocratico ed istituzionale. Ne sono testimonianza i continui scandali che travolgono le strutture istituzionali ed i loro vertici. Volgarizzando, io ripeto sempre nei comizi che “ci sono troppi cretini nei posti di comando”. Come si sradicano queste false gerarchie, stratificate negli anni e onnipresenti in tutti i contesti? Si combattono mettendo al centro della nostra lotta politica e delle riforme future il principio del merito e della “meritocrazia”, ma affinché questo principio non rimanga astratto deve essere collegato con i valori della sussidiarietà e della partecipazione, che garantiscono l’autonomia e la libertà della società civile. Questo perché l’auto-tutela delle inamovibili classi dirigenti italiane è diretta conseguenza del dirigismo e della confusa commistione che esiste tra società politica e società civile. La strada per superare questi limiti storici è esattamente inversa a quella indicata dai “liberisti” che hanno sostenuto il decreto Bersani: noi vogliamo battere le lobby non azzerando la società civile, ma responsabilizzandola e facendola partecipare alle decisioni in modo trasparente. Ripristinare i ruoli, riconoscere le funzioni pubbliche svolte dalla società civile organizzata, creare una vera democrazia partecipativa che sappia delegare poteri a chi è competente e rappresentativo del proprio settore. Questo non significa che il potere politico debba rinunciare alla sovranità democratica e alla tutela dell’interesse generale, ma un Governo nuovo, moderno, non dirigista, non autoritario deve interpretare questa sovranità non come un potere pervasivo e livellatore, ma, in nome del principio di sussidiarietà, come capacità di esercitare in modo vigile la delega verso gli enti locali e verso la società civile.
Noi dobbiamo lanciare un grande messaggio alle categorie e ai gruppi intermedi che vogliono partecipare, che rivendicano la loro autonomia in un principio di autogoverno, che vogliono liberamente determinare le loro rappresentanze: la Politica e lo Stato vi danno fiducia, vi mettono alla prova per promuovere, con competenza e meritocrazia, i vostri interessi legittimi come un arricchimento e non come una negazione dell’interesse generale.
La lotta alle false gerarchie è strettamente collegata a quella contro le rendite di ogni genere, che si deve compiere in nome dell’unità del lavoro e dell’impresa. Noi dobbiamo essere il Partito del lavoro e dell’impresa, di tutte le forme di lavoro, dal lavoro imprenditoriale al lavoro intellettuale, al lavoro dipendente, al lavoro materiale; noi crediamo in quel concetto di “produttori”, che è fortemente evocato anche nel documento di An. Questo porta ad un discrimine tra chi gode di una rendita, più o meno parassitaria, e chi si sveglia la mattina per andare in fabbrica, in ufficio, nei campi, al proprio posto di responsabilità, chi, insomma, lavora. In Italia ci sono troppe rendite, non solo quelle finanziarie, ma anche quelle “di posizione” e di falso lavoro parassitario, privilegi, status economici protetti da monopoli e posizioni dominanti. Le diverse forme di lavoro, prima di lacerarsi tra di loro, prima di riproporre nuove forme di “lotta di classe” tra “autonomi” e “dipendenti”, tra “imprenditori” e “lavoratori”, devono dichiarare comunemente guerra a tutte le forme di rendita ovunque annidate e devono avere questo lotta come parametro regolatore per superare i propri conflitti interni.
Infine, la guerra al “lavoro nero” e all’ “economia sommersa”, che si deve compiere sulla base di un’idea diffusa e sostenibile di legalità. Il centrodestra si è sempre qualificato per una grande attenzione al tema della sicurezza e della lotta alla criminalità. Ma questo tema fondamentale diventa pienamente credibile quando si sposa con quello della “legalità diffusa”. Una legalità che deve essere difesa contro la microcriminalità che minaccia i cittadini e contro la criminalità organizzata che sottrae allo Stato il controllo del territorio, ma anche contro gli abusi che si perpetrano nel mondo del lavoro e dell’economia. Il “lavoro in nero”, l’economia sommersa, la violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, l’evasione fiscale e contributiva, fino all’economia criminale, mafiosa e clientelare, devono trovare una risposta univoca non solo in termini repressivi ma con un nuovo “patto sociale di trasparenza e di emersione” che garantisca tutti i ceti sociali, i “ricchi” come i “poveri” e gli emarginati. Questo è un tema fortemente cavalcato dalla sinistra giustizialista e dal “grande fratello fiscale” Visco, ma a queste aberrazioni il centrodestra non può contrapporre un atteggiamento che appare scisso tra lotta alla criminalità e indulgenza verso l’illegalità economica e sociale. Senza cadere nelle logiche da “stato di polizia” e “grande fratello fiscale”, ma anche senza le distorsioni che hanno costretto il nostro Cirielli a dimettersi da relatore della propria legge e che hanno provocato guerre frontali contro tutta la magistratura, bisogna trovare un equilibrio che garantisca a tutti una “legalità diffusa e sostenibile” e un “patto tra produttori” per liberare la nostra società dalla zavorra insopportabile di un terzo di attività economica che rimane sommersa ed illegale.
Se noi riusciamo a mettere insieme valori individuali come la libertà e la meritocrazia, con valori identitari e popolari come la partecipazione, la sussidiarietà, l’unità del lavoro e dell’impresa, la legalità diffusa, creiamo l’universo di valori di un “blocco sociale per la modernizzazione”, in grado di raccogliere ceti popolari e ceto medio, lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e piccole e medie imprese, il Nord e il Centro-Sud dell’Italia, elettorato “moderato” ed elettorato “intransigente”.
6) UNA OPPOSIZIONE RADICATA NELLA SOCIETA’ CIVILE
Bisogna però fare attenzione affinché questo blocco sociale venga accompagnato da una opposizione “dura” ma “responsabile” ed “intelligente”, sempre attenta ai problemi concreti dei cittadini e della comunità nazionale. Nessuna alleanza sociale reggerebbe di fronte ad una opposizione pregiudiziale e tutta politica, volta al “tanto peggio, tanto meglio” pur di far cadere il Governo. Siamo chiamati a dimostrare “flessibilità” tra la disponibilità ad interloquire costruttivamente con la società civile e la forte determinazione a contrastare le decisioni inaccettabili ed arroganti della maggioranza. Tutto questo con una particolare attenzione ad inserirsi nelle contraddizioni esistenti nella composita e variegata maggioranza governativa, evitando che un rigido ed aprioristico “muro contro muro” abbia l’effetto di ricompattare i nostri avversari sulla pura e semplice sopravvivenza dell’Esecutivo. Dobbiamo alternare forme dure e concrete di opposizione – come la raccolta di firme per un referendum abrogativo delle parti più negative del decreto Bersani, o come “marce del ceto medio” organizzate dalle associazioni di categoria – con momenti di confronto e di proposta che, coinvolgendo la società civile, mettano di fronte alle proprie responsabilità la maggioranza di governo. La prossima Finanziaria, ad esempio, deve essere invece l’occasione per recuperare quel rapporto con le parti sociali che il centrodestra ha smarrito durante l’ultima fase della passata legislatura e su questo rapporto dobbiamo parametrare il modo con cui fare opposizione durante la sessione di Bilancio. Dobbiamo dimostrare “cultura di governo” per coinvolgere, attraverso le associazioni che lo rappresentano, quel blocco sociale che ci siamo sforzati di descrivere non solo in iniziative di protesta ma in proposte funzionali ad un nuovo grande “progetto per lo modernizzazione dell’Italia” con cui indicare una alternativa al centrosinistra. Questo è il modo vero ed intelligente per far emergere le contraddizioni della maggioranza, per mettere in crisi il Governo Prodi ed aprire una nuova fase politica.
Ci sono molti altri esempi di una politica aperta ed intelligente: innanzitutto su un modello di sviluppo sostenibile in cui dobbiamo applicare le idee abbiamo imparato nel mondo dell’agricoltura. L’Italia non si sviluppa solo con il modello industrialista, sono necessarie le grandi industrie e le infrastrutture ma ci sono anche altri modelli produttivi. Questo è il Paese che deve difendere il proprio territorio, le proprie coste e le proprie campagne, che deve essere in grado di promuovere un grande patrimonio artistico ed ambientale, ereditato dai nostri padri, verso le attività turistiche, le filiere agroalimentari e la produzione culturale. In nome di quel “nazionalismo verde” di cui parliamo da tempo, dobbiamo definitivamente sottrarre il principio di difesa ambientale dal massimalismo delle sinistre e continuare a far crescere l’alleanza sociale con gli agricoltori, che sono i veri custodi del territorio e dell’ambiente, e il dialogo culturale con l’ampio e trasversale fronte che difende, in modo intelligente e senza ideologismi, le identità dei territori e il radicamento delle comunità locali.
E, infine, la proiezione dell’Italia e dell’Europa nel Mediterraneo. Su questo tema non possiamo tirarci indietro rispetto ad un comune sforzo per difendere gli interessi nazionali. Perché mentre noi conviviamo da sempre con il conflitto mediorientale, procediamo a passi rapidi verso l’area di libero scambio euro-mediterraneo che gli accordi di Barcellona prevedono per il 2010. Quindi nella logica del liberismo commerciale stiamo per abolire tutti i dazi nel Mediterraneo, mentre per l’assenza della politica facciamo finta di ignorare che questo mare è un’area di guerra e di conflitto lacerante. Allora, per spiegarvi come la penso, voglio riportarmi al viaggio che anche io ho fatto in Israele, dove ho visto ragazze israeliane di 18 anni, veramente delle figlie, con il mitra a tracolla, che presidiavano le piazze di Gerusalemme. E dove ho incontrato contadini palestinesi, che non potevano più coltivare la loro terra, perché il Muro passava in mezzo a quei campi e impediva anche l’accesso alle fonti d’acqua. Ho visto la tragedia di due popoli che sono lì a difendere ad ogni costo il bene primario ed irrinunciabile di avere una Patria e che non riescono a trovare un punto di equilibrio per mettere termine al conflitto. Però, il momento per me più importante e più solenne di quel viaggio non è stato né l’incontro con le ragazze israeliane in armi, né l’incontro con i contadini palestinesi. Il momento più importante è stato quando ho avuto la possibilità di fermarmi qualche minuto a pregare sul Santo Sepolcro: dico questo perché non ci dobbiamo dimenticare che a Gerusalemme ci siamo anche noi. Non ci sono soltanto Israeliani e Palestinesi, ci siamo anche noi. Come storia, come valori, come cultura. Per questo io credo che la cosa più seria su cui noi Italiani, di destra e di sinistra, ci dobbiamo impegnare, non è fare il tifo per una parte o per l’altra, ma spingere l’Europa a prendersi sulle spalle la responsabilità di una grande missione di interposizione per garantire pace con giustizia in Medio Oriente. Questa è la vera sfida che mette in crisi la logica del pacifismo, del disimpegno e della delega delle nostre responsabilità internazionali.
7) RIPARTIRE DAI VALORI PER COSTRUIRE LA NUOVA AN
Veniamo alle conclusioni e alla sintesi finale. Il problema non è il documento, non sono gli emendamenti, i punti e le virgole, le frasi in inglese, in tedesco o in spagnolo che sono vi sono scritte.
Il problema è che la svolta di Alleanza Nazionale sia reale ed effettiva. Che incida sui nostri comportamenti politici quotidiani, sul modello di partito e sui meccanismi di aggregazione, affinché nessuna categoria si senta abbandonata, nessuna domanda sociale venga trascurata, nessun nodo politico venga evitato per mancanza di coraggio e di amore per la verità.
Abbiamo dietro le spalle due vicende amare che non possiamo dimenticare. La prima è di un anno fa, quando il Partito si è diviso – mettiamola così – sul referendum sulla fecondazione assistita. In quel caso commettemmo l’errore di nasconderci dietro una equivoca “libertà di coscienza” per sfuggire ad una questione epocale, come quella della difesa dei valori della vita e della famiglia. Non abbiamo affrontato coraggiosamente un nodo e quel nodo ci è tornato pesantemente addosso.
Poi abbiamo avuto l’altra pagina amara di queste settimane di intercettazioni e di attacchi giornalistici; qui l’errore è stata la scarsa attenzione che abbiamo avuto non rispetto alla legge o alla giustizia – perché non c’è stato niente di penalmente rilavante in tutte quelle vicende – ma rispetto a quella austerità di fondo, a quello stile che innanzitutto si chiede a chi assume responsabilità politiche ed istituzionali. Anche questo abbiamo rischiato di pagarlo pesantemente.
Per evitare di cadere ancora in questi errori noi dobbiamo costruire un Partito che abbia innanzitutto un rapporto chiaro e fondante con la sfera dei valori e dell’etica: questa è la premessa indispensabile per essere una comunità di donne e uomini all’altezza di una fase nuova della politica italiana.
Da qui dobbiamo ripartire dopo aver accantonato il “partito unico del centrodestra”. Ci siamo definitivamente legittimati, adesso dobbiamo crescere, dobbiamo diventare un grande “movimento popolare e nazionale” in grado di parlare, fuori dagli schemi, con tutti gli Italiani che si possono ritrovare in un blocco sociale per la modernizzazione dell’Italia e che per questo si sentono alternativi all’attuale Governo.
Questa è la sfida che noi abbiamo accettato chiamando “Nuova Italia” la nostra fondazione e la nostra associazione, perché il nostro impegno è per l’identità e unità nazionale, per fare in modo che questa nostra Italia sia all’altezza della sfida dei tempi.
Dobbiamo superare la stagnazione che ha già provocato tante delusioni su Alleanza Nazionale: i “nuovi” ed i “vecchi”, quelli che sono rimasti con noi, quelli che arriveranno, quelli che si sono allontanati e che vogliono ritornare, devono avere finalmente la certezza di avere una grande casa comune in cui lottare insieme, un Partito non subalterno nei confronti di nessuno, avanguardia e motore del nuovo centrodestra, protagonista del cambiamento.
Vi ringrazio”.
Gianni Alemanno. Orvieto, 23 luglio 2006

Vogliamo istituire la Consulta della solidarieta’ per dare voce e risposte ai bisogni reali e creare a Roma un nuovo modello di Welfare